15 Novembre 2018

Oggi voglio raccontarvi solo qualche storia originale di intolleranza. Originali in quanto ascoltate direttamente con le mie orecchie e non riferitemi da altri. Mi limito a citarne solo alcuni passaggi significativi, senza perdermi in troppe chiacchiere inutili, che non farebbero altro che limitare l'efficacia di quanto di seguito scrivo.

 

Prima breve storia...

Tornavo da Mestre quel pomeriggio di Aprile 2009. Tornavo dal corso di formazione per neoimmessi in ruolo. In treno la gente commentava la tragica notizia del terremoto dell'Aquila, avvenuta la notte precedente. Vicino a me c'erano due distinti signori in giacca e cravatta, avrei detto certamente bancari o agenti assicurativi o di commercio. Era freschissima la tragedia e i giornali parlavano di oltre trecento tra morti e dispersi. Ricordo come se fosse ieri il commento di uno dei due: "Trecento terroni in meno!".

 

Seconda breve storia...

Era la tarda primavera del 2016 e mi divertivo a correre in bici tra dorsale e prese del Montello. Quando avevo tempo, finito l'orario scolastico, tornavo a casa e, senza neanche mangiare, solo il tempo di cambiarmi, via in bici, ci fosse anche un temporale in corso. Insegnavo a Montebelluna a quei tempi e vivevo a Castelfranco Veneto. Lungo la dorsale del Montello un giorno incontrai un signore sulla sessantina, anche lui in bici. Scambiammo due chiacchiere e gli fu subito chiaro che di fianco aveva un tipo della bassa. Mi disse molto schiettamente che lui non sopportava gente della bassa come me e, tutto sommato, era sorpreso nel vedermi faticare in bici. Mi diceva infatti: "I tuoi amici della bassa non hanno mica voglia di faticare. Noi paghiamo le tasse e loro fanno i parassiti". Poi, quasi per scusarsi, mi disse: "Io non ho nulla contro quelli come te, basta che qui vi comportiate bene e rispettiate le regole", come se un uomo del Sud sia, in linea di principio, un essere inferiore, incapace di comportarsi in modo civile, come invece sanno fare solo quelli del Nord

 

Terza breve storia...

Mia moglie si recò ad acquistare un dolce tipico pasquale alla sua pasticceria di fiducia. Voleva farne dono ai miei genitori per le feste di Pasqua, quindi spedirlo in Calabria. Al pasticcere chiese come impacchettare bene il dolce per farlo recapitare integro e con la fragranza inalterata. Il pasticcere domandò curioso la destinazione del pacco e, all'affermazione di mia moglie "Va in Calabria", risponse senza alcun pudore: "Sai, noi siamo un po' anti..."

 

Quarta breve storia...

Ricordo che un giorno un mio studente restò alquanto inorridito nell'apprendere delle mie origini calabresi. Ci rimase veramente male. "Ma come!? Lei è un bravo insegnate!", mi disse stupito. Dopo una breve pausa di silenzio aggiunse: "Mio papà dice che i terroni vanno tutti bruciati." (ho cercato di tradurre in italiano corrente).

 

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28 Ottobre 2018

La storia di cui mi accingo a scrivere è vera e semplice, ma in sé ha qualcosa di estremamente eccezionale. Tutto è successo questa mattina, durante il mio turno di volontariato in Pronto Soccorso. 
Mi è capitato di portare ai raggi un vecchietto, H. M., vestito in modo del tutto particolare. Aveva un fez bianco e i pantaloni rigonfi sul ginocchio, vestito tipico dei turchi. Durante il tragitto e in ascensore ho provato a scambiare due parole col nonnino, ma di italiano sapeva solo dire grazie. A fatica, aiutandomi anche col cognome tipico, ho capito (ma non ero sicuro) che fosse albanese. 
Uno sguardo fugace alle carte mi ha permesso di vedere che l'uomo era nato nel 1919. L'emozione era troppo grande. Ero cosciente di avere a portata di mano un tesoro, autentici pezzi di storia e memoria che oggi vanno via via perdendosi.
Il vecchietto era lì sulla sedia, calmo, fiero e ostentava una dignità senza pari. 
Fatti i raggi lo ho accompagnato in camera per il pranzo. Mi hanno detto che fuori c'era il figlio e sono andato a chiamarlo. 
Ma in una storia bella c'è sempre qualche nota stonata. Lasciati i due, sono tornato alle mie cose in OB (Osservazione Breve) e, tra le altre cose, mi è toccato di sentire il solito discorso di intolleranza, di quelli che qui non mancano mai. Sempre uguali, di una noia mortale, ripetitivi. Una distinta signora commentava con disprezzo la presenza del vecchietto: "Hai visto quello? - diceva al marito - Quello col cappello bianco. Sarà un arabo, ci mancava solo lui. Vengono tutti qua e a noi tocca aspettare". Questa è la parte che sono riuscito a origliare, ma bastava decisamente per vomitare tutto il mio silenzioso disprezzo verso quell'essere umano per analogia.
In un momento di relativa calma, sono tornato dal vecchietto e mi sono rallegrato nello scoprire che il figlio parlava perfettamente l'italiano. Mi sono presentato e ho chiesto scusa per l'invadenza, ma volevo sentire qualche racconto di una volta, di quando l'Albania era stata occupata dall'Italia.
Subito scoprii che l'uomo aveva 101 anni e non 99. Era nato nel 1917, ma lo avevano dichiarato solo due anni più tardi per procrastinare più possibile gli obblighi militari. Era rimasto figlio unico dopo aver perso tutti i fratelli per malattie varie. Da ragazzo lavorava pesantemente come contadino e su di lui gravava una famiglia allargata di trentacinque persone. Durante l'occupazione italiana decise di arruolarsi con gli occupanti, nostri connazionali. Dell'occupazione italiana, tuttavia, conservava solo bei ricordi. Diceva che molte delle cose che si dicono oggi erano solo invenzioni dei comunisti (riporto fedelmente ciò che mi ha raccontato). Poi mi disse che dopo il settembre 1943 i tedeschi occuparono l'Albania e deportarono i soldati italiani nei campi di sterminio nazisti. Lui riuscì a nascondere nella sua casa cinque soldati italiani. Gli diede vestiti civili, tipici dell'Albania, e li fece passare per contadini. A fine guerra quattro di loro tornarono in Italia, uno decise di rimanere in Albania. Ricordava che qualcuno di loro si chiamava Alberto, ma a guerra finita di nessuno ebbe più notizie. 
Poi arrivò il comunismo e lui per oltre trenta anni non disse più una sola parola in italiano, fino a dimenticarlo del tutto. Chiunque parlasse in Italiano veniva giudicato collaborazionista e imprigionato nei gulag. "L'Albania - diceva - era diventata un enorme gulag". Mi parlava di parenti fucilati dai comunisti perché possedevano diversi campi. Poi gli anni novanta e la fuga in Italia.
Ho visto la commozione nei suoi occhi e ho capito che era meglio tornare al mio lavoro. Questa è la storia del caro H. M.
L'ho scritta di getto perché col tempo si perdono i particolari. Grazie caro vecchietto per questo dono che oggi ha impreziosito la mia vita.
Tornando a casa non ho potuto fare a meno di pensare per un attimo anche alla signora che lo ha disprezzato gratuitamente, senza neanche conoscerlo.

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8 Febbraio 2018

Sabato scorso sono stato al Gran Teatro Geox di Padova al concerto di Goran Bregovic, dove ha presentato il suo nuovo album "Three letters from Sarajevo". Mi ha colpito molto una storia raccontata dall'artista sulla speranza di pace nel Mondo. La riporto qui di seguito così come la ricordo.

Un giornalista della Reuters sta preparando un reportage sul Muro del Pianto a Gerusalemme quando la sua attenzione viene catturata da un religioso ebreo, particolarmente assorto nella preghiera di fronte al muro. Il giornalista si avvicina al religioso e chiede il motivo di questa preghiera così sentita. L'interpellato dice di pregare Dio per la pace nel mondo, perché un giorno egli possa vedere i suoi figli giocare felicemente con altri bambini cristiani e musulmani. Ma dopo una pausa di silenzio aggiunge:
«Io prego, prego, prego ma Dio non mi ascolta e spesso mi sembra di parlare con un muro».

Sembra quasi una barzelletta eppure nasconde qualcosa di molto profondo. La pace va cercata, bisogna darsi da fare per costruire un mondo di pace, non basta solo pregare. Dio non è un pozzo dei desideri!
Oggi non c'è pace perché essa è troppo scomoda. Non la cercano i politici, non la cercano i religiosi. Così Bregovic ha preso spunto da questa storia per spiegare le sue "Tre Lettere da Sarajevo". Per un musicista è facile unire e mescolare nella stessa opera melodie cristiane, ebraiche e musulmane. È ciò che Bregovic ha fatto nel suo nuovo album. Tre lettere da Sarajevo, una cristiana, una ebraica, una musulmana nella stessa composizione, un tutt'uno armonioso di suoni e parole. Se solo la politica e la religione fossero musica!